(Il testo, tratto da un intervento presentato dalla dott.ssa Veronica D.M. Levanti all’interno del convegno su “I disturbi psichici nell’infanzia”, organizzato a L’Aquila il 24/02/2024 dall’Associazione Veronica Gaia Di Orio, è realizzato a cura del Gruppo di Lavoro “Infanzia e Adolescenza” dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi d’Abruzzo)
La psicologia dell’età evolutiva si trova ad occuparsi, attualmente, di alcune manifestazioni di sofferenza psichica che esordiscono sempre più precocemente, specialmente per quanto concerne la comparsa di comportamenti autolesivi, ideazione e condotte suicidarie, talvolta in associazione con disturbi della sfera alimentare. Nella clinica con preadolescenti e adolescenti che manifestano questo quadro sintomatologico accade spesso di ricostruire, a ritroso, la comparsa di tali condotte databile già prima dell’ingresso in pubertà (fine della scuola primaria). I disturbi emotivi dell’infanzia, che per lungo tempo si è creduto potessero risolversi spontaneamente, persistono, infatti (se non trattati), in più del 50% dei casi [1].
Può essere utile affrontare il tema dalla prospettiva di Dora Knauer e Francisco Palacio Espasa, che prendono le mosse da una riflessione sui bisogni preventivi, inerenti non solo alle misure preventive selettive (rivolte, cioè, a una popolazione a maggiore rischio di malattia) e indicate (che si applicano a un gruppo di individui non apertamente sintomatici, ma potenzialmente a rischio), ma anche a quelle universali, rivolte a tutti e a tutte, come ad esempio interventi prenatali e perinatali adeguati [2]. Questo, partendo dalla premessa che la prevalenza dei disturbi psicologici nell’infanzia e nell’adolescenza è significativa (gli autori parlano del 20%), ma che solo una parte di questi casi arriva ad un servizio specialistico [3].
Sul Giornale di Neuropsichiatria dell’età evolutiva, organo ufficiale della SINPIA, è stato evidenziato come il concetto di neuro-sviluppo riguardi un fenomeno di maturazione sia anatomica che funzionale del sistema nervoso centrale, modulato dall’interazione fra gli assetti genici/genomici dei singoli individui e svariati fattori ambientali: “Siamo passati dal considerare bambini e adolescenti come ‘adulti in piccolo’ all’interpretare tutta la psicopatologia come alterazioni delle traiettorie di sviluppo del sistema nervoso centrale e delle sue funzioni: in non pochi casi, tali alterazioni biologiche molto precoci si manifestano clinicamente diversi decenni dopo” [4].
Questa prospettiva pone in primo piano la questione dei fattori di rischio in grado di determinare un’alterazione delle traiettorie di sviluppo e favorire una continuità traumatologica. I fattori di rischio che operano entro la sfera di sviluppo del bambino e della bambina possono essere:
- Rischi biologici (anossia, prematurità, basso peso alla nascita e complicanze neonatali)
- Rischi legati all’ambiente familiare e genitoriale, legati ad esempio a disfunzioni familiari: opinioni contrastanti dei genitori sull’educazione dei figli, elevata conflittualità, risposte materne e paterne deficitarie; Giuliana Bruno [5], nella sua introduzione sul tema delle genitorialità nascenti, ha citato alcuni fattori di rischio che rimandano alle fasi precoci della vita: gravidanza inattesa o problematica, coincidenza con eventi traumatici del nucleo familiare, nascita che comporta problemi per la mamma e/o per il nascituro, gravidanza attesa a lungo (con o senza ricorso alla fecondazione medicalmente assistita)
- Rischi legati all’ambiente sociale e storico-culturale, in cui possiamo includere il vivere in zone isolate, disagiate o malsane, il basso livello socio-economico della famiglia, ma anche l’evento della pandemia da COVID-19 e, in buona parte del territorio abruzzese, i terremoti che lo hanno funestato negli ultimi anni.
Accanto ai fattori di rischio, rivestono grande importanza, in questa prospettiva, i fattori di protezione, meno studiati e ancora considerati come condizioni d’eccezione. I fattori di protezione individuali sono collegati a elementi diversi come, per esempio, tratti temperamentali positivi, adeguate competenze sociali e capacità intellettive di livello sufficiente del bambino/della bambina, che facilitano una bassa sensibilità allo stress. Anche il sostegno emotivo (inteso come capacità di esprimere calore affettivo, di rispondere adeguatamente alle richieste, di definire dei limiti costanti e coerenti, di fornire una regolazione affettiva e un riferimento emotivo stabile, etc.) dei genitori e della famiglia, la presenza di almeno una relazione di buona qualità assicurata da un adulto, il supporto da parte delle istituzioni (la scuola, la chiesa, lo sport, etc.) sono considerati fattori di protezione fondamentali. La protezione sembra essere offerta da esperienze in grado di ridurre la catena negativa di reazioni che si susseguono a partire dai rischi precoci. Scrivono Knauer e Palacio Espasa: “Rimaniamo convinti che la vulnerabilità o la resistenza allo stress derivino dalle esperienze precoci molto più che da fattori costituzionali” [2].
I primi mille giorni di vita [6]
La psicoanalisi ha dimostrato quanto la struttura neuromentale dei caregivers condizioni la salute mentale del bambino e della bambina e, da qui, la salute mentale del futuro adulto. L’osservazione del formarsi dell’embrione e poi del feto ha dimostrato l’esistenza dello sviluppo di un’attività psichica, mentale dunque, a cominciare dal quinto mese di gravidanza. Più fini osservazioni in situazioni sperimentali hanno dimostrato come il tipo di attività psichica dipenda dalle interazioni in utero con la madre. L’osservazione e la sperimentazione con i neonati e con le loro madri (e i loro padri) ha dimostrato come il tipo di sviluppo globale, psichico soprattutto, del nascituro sia condizionato dal tipo di interazione e, pertanto, dalla struttura neuromentale dei caregivers, che condiziona la precisa individualità di ‘quel’ bambino e ‘quella’ bambina.
È l’esperienza che costruisce il cervello di un singolo feto, neonato, bambino. Le neuroscienze hanno dimostrato, a livello di biologia molecolare, come ogni esperienza possa generare sinapsi, dunque le reti neurali che svolgono le funzioni di ‘quel’ cervello. Il cervello è dunque costruito: solo una minima parte si ipotizza dato dal genoma genitoriale, oltre ovviamente ad una ancor più piccola parte coincidente con le strutture cerebrali comuni a tutti i mammiferi. L’enorme sviluppo della corteccia dell’homo sapiens condiziona queste proporzioni: la parte innata, della specie e dei genitori, si forma soprattutto nel periodo embrionale, ma dal quarto-quinto mese di gravidanza inizia la grande costruzione del cervello di quella persona. Questa costruzione è massima nei primi 18 mesi dopo la nascita, ma continua lungo tutta la vita.
Si parla dei primi mille giorni di vita, calcolando anche la gestazione, come la matrice decisiva da cui si originerà la futura persona adulta [6]. Il feto, e ancor più il neonato, devono imparare a “percepire”: il cervello dovrà gradualmente attrezzarsi di reti neurali e dovrà organizzare le afferenze che riceve da varie parti del corpo, per imparare a guardare il caregiver, ad afferrare qualcosa, a sollevarsi, a camminare… Tutto questo avverrà nel suo cervello nella misura in cui l’esperienza esterna potrà, da questo stesso cervello, essere elaborata: l’esperienza che un cervello impara a utilizzare è non tanto l’insieme degli eventi esterni, quanto quello che un cervello ne potrà fare in base alla struttura funzionale di cui dispone nel momento in cui riceve le afferenze. Questo si intende per esperienza.
Ecco perché la prima struttura che viene a costruire il feto-neonato-bambino sarà decisiva di ogni ulteriore sviluppo: c’è una matrice che determinerà quale sarà la qualità della successiva esperienza, cioè di cosa imparerà successivamente, dunque di ogni successivo sviluppo del mente-cervello di quell’individuo. Se la prima matrice neuromentale che si forma nei primi mille giorni di vita è efficiente per una buona evoluzione, il bambino e la bambina potranno essere resilienti anche a future avverse vicende.
Da queste premesse deriva la grande rilevanza attribuita agli interventi precoci, soprattutto in una costellazione interattiva patogena o in un’alterazione dello sviluppo [2]. Ma il punto di intervento elettivo della psicologia clinica perinatale riguarda la possibilità di operare sulla capacità (o incapacità) della mente dei genitori di accudire i figli e le figlie. È qui che si può esercitare una prevenzione delle patologie, perché queste non sopravvengono, ma sono l’effetto, evidente a lungo termine, di un silente danno avvenuto in precedenza [6]. L’efficacia degli interventi precoci sul benessere psicologico e sociale dei bambini e delle bambine perdura per tutta l’età adulta [7].
Scrive Music [7]: “Ciascuna persona è un agente attivo. L’individuo vive ogni attimo e ogni nuova situazione condizionato dalle circostanze esterne in cui si trova in quel momento, ma anche dalla propria storia, da aspettative precedenti e dall’insieme di strumenti emozionali e biologici che ha a disposizione. L’attimo che segue però può offrire nuove opportunità”. L’apertura a nuove opportunità è legata alla promozione del senso di sé e dell’autostima: gli studi a lungo termine indicano come questo processo possa aver luogo in qualsiasi momento dell’esistenza e che le esperienze relazionali positive possono modificare i percorsi evolutivi non soltanto durante l’infanzia, ma anche in età adulta [6].
“Tra stimolo e risposta c’è uno spazio. In questo spazio si trova il nostro potere di scegliere la risposta. E nella nostra risposta si nascondono la nostra libertà e la capacità di crescere come persone” (Viktor Frankl in Music, p. 322 [7]). Nella vita dei bambini e delle bambine, sono le scelte degli adulti a guidarli verso la libertà e la crescita.
Bibliografia
- Elia, J. (2023). Comportamento suicidario nei bambini e negli adolescenti, Manuale MSD. Versione per i pazienti. Retrieved from https://www.msdmanuals.com/it-it/casa/problemi-di-salute-dei-bambini/disturbi-di-salute-mentale-nei-bambini-e-negli-adolescenti/comportamento-suicidario-nei-bambini-e-negli-adolescenti.
- Knauer, D. & Palacio Espasa, F. (2012). Difficoltà evolutive e crescita psicologica. Studi clinici longitudinali dalla prima infanzia all’età adulta. Milano: Raffaello Cortina Editore, p. 1-19. (Original work published 2010)
- Sanità 24. Il Sole 24 Ore. Articolo pubblicato l’11/05/2022. Retrieved from https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/dal-governo/2022-05-11/iss-10-anni-raddoppiato-numero-giovanissimi-seguiti-servizi-neuropsichiatria-155929.php?uuid=AE88ZzXB.
- Colombi E., Fioretto F., Mariani A. & Pirro O. (2023). Traiettorie di sviluppo e rilevazione delle condizioni di salute di bambini e adolescenti in Piemonte, prima e dopo la pandemia. Attività clinica ed epidemiologia organizzativa. Giornale di Neuropsichiatria dell’età evolutiva. 43, 122-133.
- Bruno G. (2023). Genitorialità nascenti: rischi evolutivi e percorsi di sostegno. Richard e Piggle. 31, 3: 237-244.
- Imbasciati A. (2018). Sviluppo neuro-psichico-somatico del feto, neonato, bambino nella relazionalità per la salute mentale delle future generazioni. In Imbasciati A. & Cena L. (a cura di), Il futuro dei primi mille giorni di vita. Psicologia clinica perinatale: prevenzione e interventi precoci, FrancoAngeli, p. 17-36.
- Music G. (2017). Nature culturali. Attaccamento, sviluppo socioculturale e cerebrale del bambino, Alpes Italia, p. 309-322.